20 d.I.D.S.

I detective selvaggi

Se esiste un romanzo che possa definirsi “ventenne” e contare sulla carica epidermica e controcorrente dei vent’anni e dunque un romanzo insolente, entusiasta e innocente, affrancato e anarchico, colmo di erudizione-mezzo anziché di erudizione-fine, quel romanzo è I detective selvaggi di Roberto Bolaño.
Pubblicato in Spagna nel gennaio del 1998, I detective selvaggi compie vent’anni pure all’anagrafe.

Ed è incredibile pensare che I detective selvaggi abbia vent’anni. È incredibile, ma non per un motivo. È incredibile in sé. È incredibile pensare che I detective selvaggi abbia cinque giorni, vent’anni anni oppure che ne abbia seicento, di anni, dato che non è collocabile sulla linea del tempo. L’unico riferimento, forse, è la cifra stilistica “postmoderna”. Di fatto è un romanzo che potrebbe essere stato scritto settimana scorsa oppure duecento anni fa. Ed è così: I detective selvaggi è un libro recente che ha accumulato un’esegesi da opera centenaria.
Perché?

Perché la letteratura di Bolaño potrebbe far cambiare mestiere a molti e perché I detective selvaggi è per almeno tre motivi il romanzo cardine della letteratura di Bolaño.

Primo motivo: l’attualità. I detective selvaggi è il romanzo di una generazione di autodidatti, la cronaca di una generazione di ventenni che diventano trentenni e quarantenni in esilio da una società tipica del genere umano ancor prima che latinoamericana e quindi confusa, pericolosa e maschilista (il femminismo di Bolaño meriterebbe un approfondimento). È la commovente genesi di un fallimento che è il fallimento della controcultura, dell’anticonformismo, delle ideologie e della risposta intellettuale estranea alle accademie e alle università, estranea ai parlamenti, agli apparentamenti, alle strette di mano, arroccata in un isolamento radicale che genera una ricerca che involve in vagabondaggio, presa di coscienza e morte.

Detective selvaggi
Bellone.

Secondo motivo: la centralità. I detective selvaggi è il romanzo nucleo attorno al quale si sviluppa l’intero universo narrativo di Bolaño. Lo scrittore cileno ha spesso ribadito come la sua opera in prosa fosse da considerare come un unico tessuto narrativo dal quale entrare e uscire a proprio piacimento attraverso personaggi e libri. Un unico universo il cui sole – ma questo lo dico io – è I detective selvaggi.
I detective selvaggi contiene buona parte di quello che Bolaño scriverà negli anni successivi o una rielaborazione di quanto ha già scritto negli anni precedenti.

I detective selvaggi precorre 2666 e alcune delle sue pagine migliori che si verticalizzeranno in altre opere: l’enorme lezione sulla poesia omosessuale e i vari froci, frocioni, efebi, checche, culi e finocchi, che verrà ripresa ne I dispiaceri del vero poliziotto; la vicenda di Auxilio Lacourte che con Amuleto diverrà uno spin-off de I detective; quell’unica poesia pubblicata da Cesarea Tinajero che “uno dei due”, Arturo Belano oppure Ulises Lima, i protagonisti de I detective, aveva “già vista da bambino” e che anche i lettori di Bolaño avevano già letto-visto in Anversa*; la presenza del Verme Bianco; il detective Abel Romero, che aveva braccato Carlos Wieder in Stella Distante, con un paragrafo che descrive una perfetta epigrafe in assenza e un sunto di 2666; il riferimento allo scrittore Arcimboldi (francese ne I detective, tedesco in 2666); il fantasma dello stesso Arturo Belano che tornerà in Stella Distante dalle guerre fiorite africane raccontate ne I detective selvaggi; l’allusione ancora di Cesarea Tinajero all’anno “duemilaseicento e qualcosa”, resa poi maggiormente evidente in Amuleto; la questione della paternità di Lalo Cura (l’universo Bolaño divulga anche eresie che in quanto tali favoriscono la definizione dell’ortodossia, eresie come “La prefigurazione di Lalo Cura” in Puttane assassine) e infine la voce narrante di 2666 che parrebbe essere Arturo Belano fuori dallo spazio e dal tempo.
In questa cosmogonia è anche possibile e forse probabile che 2666, l’altro grande libro di Bolaño, rappresenti un secondo sole, un romanzo (incompiuto) arrivato dal futuro, da un altro sistema solare oppure da un multiverso, come un hrönir da Tlön, e che racconti una differente versione dei fatti, mitizzata dal tempo o alterata dallo spazio. E allora il padre di Lalo Cura, la nazionalità di Arcimboldi, la lezione sulla letteratura omosessuale che si muove tra i libri e i personaggi di Bolaño come fosse una tradizione orale, non sono versioni differenti o approssimazioni di un mondo, bensì un multiverso che esiste solo in virtù di tali differenze.
Il sistema Bolaño è tutto o quasi nella pancia de I detective selvaggi. E può essere indagato oppure indovinato.

“Bioy Casares, che quella sera aveva cenato da noi, stava parlando d’un suo progetto di romanzo in prima persona, in cui il narratore, omettendo o deformando alcuni fatti, sarebbe incorso in varie contraddizioni, che avrebbero permesso ad alcuni lettori – a pochissimi lettori – di indovinare una realtà atroce o banale”.

Se – e siamo ancora con Borges – ogni scrittore crea i propri precursori, allora Bolaño ha creato una versione di sé stesso come proprio precursore. Nonostante le migliaia di citazioni, di riferimenti, di coordinate culturali e letterarie di cui sono zeppi i libri di Bolaño, nonostante le influenze che Bolaño riconosceva senza soluzione di continuità (solo per I detective selvaggi ha risposto con deferenza a proposito di Twain, Melville e Cortázar): è Bolaño che annuncia Bolaño all’interno dei suoi libri.
E per capirlo è necessario considerare le condizioni di salute dello scrittore cileno. Che erano pessime. Bolaño è morto nel 2003, a 50 anni, al termine di una lunga malattia. Bolaño era un uomo che sapeva di avere poco tempo a disposizione e che – chissà – provava un certo desiderio di riscatto.
Scrive Elias Canetti in Massa e potere a proposito dell’immortalità letteraria:

“L’opera, […], deve sopravvivere, e per sopravvivere deve contenere la maggiore e la più pura quantità di vita”.

È esattamente la presenza e la quantità di vita ciò che registra il lettore alle prese con le pagine di Bolaño. C’è talmente tanta vita, c’è talmente tanta quantità di vita nei libri di Bolaño che l’autore plasma un cosmo – anzi due – intrecciati e connessi.
Dirà Bolaño: “Se sprovvisto di una struttura, ciascuno dei miei libri potrebbe superare facilmente la soglia delle mille pagine. Senza particolari problemi”.

Eh: ce ne siamo accorti, Roberto.

I detective selvaggi
Cosa si vede dalla finestra?

Terzo motivo: l’intimità. I detective selvaggi è il romanzo più personale di Bolaño, praticamente l’autobiografia di una parte della sua vita e dell’amicizia con Mario Santiago Papasquiaro, l’Ulises Lima de I detective selvaggi, che per una curiosa e tremenda circolarità del destino muore proprio nel gennaio del 1998 a Città del Messico, mentre – parliamo del giorno stesso, tipo, o del giorno prima – esce il libro che in un certo senso ne giustificherà l’esistenza, ne decreterà l’immortalità e che lui non leggerà mai. C’è tanto della vita di Mario Santiago ne I detective di Bolaño. Sono numerosi i riferimenti “tratti da una storia vera”: l’abitudine di leggere in doccia, i viaggi in Israele, a Parigi, a Vienna, il ritorno in Messico. E, ovviamente, l’infrarealismo, la corrente artistica che Bolaño e Papasquairo fondano in Messico verso la metà degli anni settanta, quella corrente che all’interno de I detective selvaggi si chiama “realismo viscerale”.

Ma torniamo ancora ai riferimenti e appoggiamoci a questo secondo e abbacinante sole incompleto che viene dal futuro: 2666. Abbiamo parlato di Borges e Canetti.

“Hans Reiter nacque nel 1920. Non sembrava un bambino ma un’alga. Canetti e anche Borges, credo, due uomini così diversi, hanno detto che il come il mare era simbolo e specchio degli inglesi, il bosco era la metafora in cui vivevano i tedeschi […]”.

Sono poche righe tratte dalle prime pagine de La parte di Arcimboldi e il personaggio in questione, di cui viene raccontata la genesi, introdotta dalla strana commistione Borges-Canetti, è Benno von Arcimboldi, la “versione 2666” o multiverso di Cesarea Tinajero de I detective selvaggi.
Benno von Arcimboldi o Cesarea Tinajero, ovvero i soggetti attorno ai quali prendono le mosse le due stelle madri dell’universo Bolaño, i protagonisti, gli oggetti delle investigazioni. Gli scrittori elusivi, indagati e studiati; gli scrittori che sembrano o che sono morti; gli scrittori che vivono all’interno di un’assenza e di cui si continua a parlare anche se non sono più; gli scrittori che vivono per sempre: gli scrittori immortali.
Sì. È l’immortalità il destino di Roberto Bolaño.

Un destino già chiaro a soli vent’anni dalla pubblicazione de I detective selvaggi. Il libro che “move il sole e l’altre stelle” dell’intero universo Bolaño.

* (pubblicato 18 anni prima de I detective selvaggi, quando i ventitreenni Belano-Lima protagonisti de I detective avevano 5 anni)

 

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